giovedì 5 gennaio 2012

Ritorno

Cosa significa essere determinati? Cosa vuol dire metterci dentro tutta l'energia possibile? Come si inizia?
Un persona che vorrebbe farcela dovrebbe farsi queste domande.
Ci sono periodi, lungo il percorso, che mi bloccano non solo fisicamente ma anche mentalmente. Come se l'animale dentro il mio cervello non avesse più voglia di star dietro alle necessità che mi aiuteranno a raggiungere un modo per soddisfare i miei bisogni.
Guardo le luci e rimango imbambolata. Non so come muovere il manichino per costruire una storia richiesta un mese fa. Non so come muovere le dita per costruire una nuova forma adatta ad una sintesi che devo ricreare, ma che secondo il resto del mondo -eccetto il richiedente- era ottima la precedente. E sto qui a confondere le parole coi pensieri senza costruire nulla di coerente.
Cosa ci vuole per concentrarsi? Tranquillità? Una scaletta delle cose da fare? Un premio? L'assenza di problemi? Abitudine?
Incomincio a soffrire, forse, della stessa sindrome di cui soffriva mio padre. Non so se sia la mia classica malattia dello specchio, o se sia un fattore genetico, ma questo lasciar le cose lungo le sponde, dopo un po', diviene quasi cancerogeno e blocca il respiro. E ti senti piagnucolare dentro come un infante, come un idiota. E urli contro la tua immagine allo specchio chiedendoti perché, pur trovando il problema, non riesci a risolverlo.
E allora forse comprendi che non ha capito cosa non va in te. Cosa c'è di sbagliato, quale ingranaggio manca. Capisci che non è più tempo per sanguinare, che hai prosciugato abbastanza il carburante, e che vorresti fare il pieno. Ma quelle due settimane di dormiveglia non sono bastate. Continui a guardare la serranda, ora abbassata e digerisci a cioccolata con insistenza, anche se il tuo stomaco, pur andando a brodino e carne bollita negli ultimi giorni, per lo stress mentale non si sente adatto ad un compito così gravoso.

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